Musica

Nuju: “Pirati e Pagliacci” in musica, a Bologna. La nostra intervista

I Nuju

Ve l’abbiamo già detto che noi di WeeKra, pur rispettando la nostra magica Ravenna, adoriamo guardarci intorno e al bisogno usciamo dai confini senza rimorso. Questa volta raggiungiamo Bologna, patria dei Nuju, band folk italiana in attivo dal 2009 che ha appena pubblicato l’album “Pirati e Pagliacci”.

La formazione attuale dei Nuju comprende Fabrizio Carati (voce, synth, theremin), Marco Ambrosi (chitarre, cori), Marco Giuradei (fisarmonica, synth), Gianluca Calò (basso) e Stefano Stalteri (batteria, cori).

Pirati e Pagliacci è una raccolta di alcuni tra i brani più importanti del gruppo, estratti dai quattro album di inediti precedenti e registrati sotto nuove spoglie. Il disco, disponibile anche in digitale, è stato rilasciato il 30 dicembre 2016 da Latlantide/Ledel e vanta numerose collaborazioni con diversi artisti tra cui i Modena City Ramblers, Santino Cardamone e Brace (della Garrincha, la stessa etichetta degli España Circo Este e de Lo Stato Sociale).

Per l’occasione ci siamo messi in contatto con la band, per capire qualcosa di più su questo nuovo progetto e farci raccontare qualcosa della loro incredibile avventura.


Nuju - Pirati e Pagliacci (cover)

La copertina di “Pirati e Pagliacci”, dei Nuju. (Latlantide)

I Nuju sono calabresi? Come ci siete finiti a Bologna?

«Diciamo che lo zoccolo duro è calabrese. Ci siamo conosciuti durante il periodo universitario, a Bologna, collaborando in altri progetti musicali o per qualche jam in sala prove. Dopo che ognuno di noi aveva fatto esperienze in altre band, vicini alla soglia dei trent’anni, abbiamo deciso di formare i Nuju. Da un paio di anni è cambiata la formazione: ora all’interno ci sono tre musicisti che sono di origini calabresi, poi ce n’è uno di origini pugliesi, un bresciano e il nostro fonico, marchigiano; siamo un po’ di tutta Italia.»

Registrare il primo “best of” è un nuovo traguardo per voi?

«Sì, è sicuramente un traguardo perché alla fine noi abbiamo fatto il primo album nel 2010 e in sette anni abbiamo già fatto quattro dischi: i primi tre li abbiamo sempre considerati come un unico concept, abbiamo deciso di fare una trilogia che parlava un po’ dei trentenni e delle peculiarità di quel periodo – la precarietà, l’indignazione, la frenesia di quegli anni che in parte rimangono anche adesso. Poi abbiamo fatto Urban Box nel 2015: alla fine di quel tour sono andati via dalla band due musicisti e abbiamo rotto i contatti con l’etichetta precedente; quindi ci siamo dovuti rimboccare le maniche per ripartire. In un certo senso Pirati e Pagliacci è sia un traguardo che un punto di partenza. Per noi è l’inizio di un nuovo percorso.»

Ci volete raccontare un aneddoto capitato mentre eravate in studio?

«Ci sono tante cose che accadono quando si è in studio. Da 2-3 anni lavoriamo al Bunker di Rubiera da Andrea Rovacchi, che per noi è uno dei produttori e fonici migliori d’Italia. Le registrazioni di Pirati e Pagliacci sono state molto particolari perché ogni volta che è venuto un artista di quelli che hanno partecipato – dai Modena City Ramblers a Santino Cardamone a Brace – si è creata una situazione particolare, una bella magia. Poi si passava la giornata insieme e qualche volta anche la serata. Quando siamo stati in studio per fare Pirati e Pagliacci sicuramente è stato un divertimento.»

Prima di iniziare a comporre pezzi vostri, quali cover suonavate?

«Noi in realtà siamo partiti subito a fare pezzi nostri, perché abbiamo sempre vissuto la musica come un’espressione personale quindi anche quando ci siamo ritrovati a dover suonare delle cover lo abbiamo fatto in modo molto personale. Durante il primo tour, quando avevamo solo gli undici brani che componevano il primo disco, per riempire la scaletta mettevamo all’interno anche delle cover, tra cui pezzi di Rino Gaetano (Sei ottavi) e De André (Coda di lupo), ad esempio. Rino Gaetano è sicuramente un artista, il cantautore italiano a cui ci ispiriamo di più per la sua ironia, per il suo essere poliedrico e per la mescolanza dei generi, che poi è un po’ quello che cerchiamo di fare pure noi. Abbiamo anche realizzato un brano, Acida dei Prozac+, per Cantanovanta, pubblicato da Garrincha Dischi.»

La formazione completa dei Nuju

La formazione completa. (Latlantide)

Qual è la soddisfazione più grande che avete avuto fino ad ora?

«Soddisfazioni ne abbiamo avute molte. Una volta in un festival in Germania abbiamo sentito il pubblico, alla fine di un brano che si chiama “Voci di marinai”, riprendere da solo (senza che fossimo noi a spingerlo) lo schema principale della canzone per farci fare una reprise del brano. Quando succede questo in un paese straniero in cui non sei conosciuto, insieme a tanti altri gruppi internazionali, è una soddisfazione grandissima. Un’altra volta, durante una selezione al CTM di Milano in cui venivano scelte le band che avrebbero aperto il concerto di Ligabue a Campovolo, siamo stati scelti da diversi musicisti tra cui anche Franco Mussida e abbiamo ricevuto molti complimenti proprio dalla PFM. Oppure quando Caterpillar di Radio 2 mise il nostro album come disco del mese e ci invitarono in trasmissione. Però anche quando abbiamo suonato di fronte a dieci persone, sentire quelle dieci persone che conoscevano le nostre canzoni per noi è già una grande soddisfazione, perché non è importante il numero che raggiungi ma sapere che comunque hai seminato qualcosa… anche se poi il numero è importante per poter gestire una carriera duratura.»

Però diciamo che anche voi avete toccato il livello delle band che iniziano, davanti a pochissime persone…

«Sì, ma sicuramente può capitare ancora oggi. Se si vuole fare un tour in giro per l’Italia non sempre puoi avere cento persone sotto al palco. Può capitarti di suonare d’estate, nei festival o nelle grandi piazze, davanti a mille persone. Alcune volte ti capita invece di suonare in dei locali dove hai 20 persone davanti, per vari motivi: perché c’è vicino un altro concerto, perché in quella zona non sei abbastanza conosciuto o perché la promozione non ha funzionato. Probabilmente succede anche a band più famose di noi… però magari non lo dicono.»

C’è l’immagine comunque da mantenere, no?

«Certo. Però questa cosa succede perché l’interesse verso la musica live è molto calata in questi ultimi anni e anche noi l’abbiamo toccata con mano: nei primissimi tour, quando eravamo meno conosciuti, nei locali si vedeva gente che andava a sentire gruppi che non conoscevano. Invece adesso la band spesso porta il pubblico.»

I Nuju

La band. (Facebook)

E’ vero che sta diventando sempre più difficile suonare dal vivo? Cosa suggerireste al musicista in cerca di date ma che continua a ricevere porte in faccia?

«Sicuramente è molto difficile oggi suonare dal vivo perché il numero di locali diminuisce sempre di più, così come lo spazio che viene dato alle band. Un locale deve pagare la SIAE, l’albergo per i musicisti che vengono da fuori, il cachet; magari in una serata deve tirare fuori una quantità di denaro che è difficile recuperare. E quindi i locali investono sempre di meno sulla musica live, e si abbassano i cachet. Una band che ha appena iniziato deve sapere che spesso deve andare in giro a rimborso spese o anche rimettendoci, se vuole fare un percorso che lo porti a fare dei tour d’estate. Fare i tour invernali nei locali è sempre più difficile perché magari i gestori o i promoter investono sugli artisti del momento che ti assicurano di rientrare delle spese e di avere un pubblico sotto un palco.

«Inoltre oggi c’è Internet, una rete così ampia che paradossalmente diventa sempre più piccola, in cui ognuno fa le ricerche su ciò che gli interessa e quindi è più difficile conoscere qualcos’altro: se non si va, casa per casa, dalle persone c’è sempre meno gente che ti segue. Immaginiamo Spotify: se ascolti un artista, Spotify ti consiglia gruppi simili che non è detto siano quelli che piacciono a te; una volta, un amico che ti doveva consigliare un gruppo ti passava il CD o la cassetta e tu lo andavi ad ascoltare solo perché te lo aveva detto il tuo amico. Per una band grossa sarà sicuramente più difficile farsi conoscere in giro per l’Italia, rispetto a un cantautore, che sale in macchina con la chitarra e basta. Però bisogna investire, bisogna comunque provarci perché le soddisfazioni arrivano.»

Quali sono i vostri prossimi obiettivi?

«Noi abbiamo fatto questo album per segnare un po’ questa nuova partenza e per delimitare quello che è un po’ il nostro territorio musicale, per far capire definitivamente chi sono i Nuju (per chi ancora non se ne fosse accorto), cosa facciamo e cosa ci si deve aspettare da noi: uno spettacolo in cui c’è da pensare, ma allo stesso tempo c’è anche da divertirsi, con molta ironia e molto divertimento. Abbiamo già pronto l’album di inediti che registreremo tra l’estate e l’autunno e abbiamo scritto i testi delle nuove canzoni, per uscire poi l’anno prossimo e poter ripartire a suonare. La cosa che crediamo dia più soddisfazione ai musicisti è proprio quella di andare in giro a fare dei concerti. Noi abbiamo sempre pensato prima allo spettacolo e poi ai dischi.»


L’album merita davvero. Le registrazioni e gli arrangiamenti di qualità, assieme alle numerose collaborazioni che si possono trovare fra le tracce, fanno sì che Pirati e Pagliacci non sia solo un “best of”, ma una vera e propria reinterpretazione in grande stile di ciò che ha permesso ai Nuju di diventare una grande band. Band che ci insegna che è importante – e oggi lo è ancora più che mai – continuare a credere nella musica, e crederci fino in fondo, perché solo con enorme passione e dedizione si può ottenere il risultato.

I Nuju sono molto attivi sulla loro pagina Facebook, quindi vi invito a seguirli per restare sempre aggiornati sui loro prossimi eventi. Vi annuncio anche che sta per cominciare il loro nuovo tour che partirà il 4 marzo al Freakout di Bologna.

Vi lasciamo con il video de L’Artista, brano del disco registrato con i Modena City Ramblers.

Informazioni sull'autore

Roberto Turturro

Roberto Turturro

Nerd, musicista, fotografo.
Sono un amante del dettaglio e delle piccole cose.
Ogni tanto mi perdo a fantasticare su un mondo immaginario in cui gli artisti emergenti riescono ad avere il successo che meritano.

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